Si chiama Angie Jackson, ha 27 anni ed è già madre di un bambino di quattro.
Il suo ginecologo l’aveva avvertita della possibilità che una seconda gravidanza rischiasse di mettere in pericolo la sua salute e – così – la donna ha deciso di abortire. Lo ha fatto in maniera fisicamente indolore, tramite l’assunzione della cosiddetta “pillola abortiva”: la RU-486.
Per rendere meno traumatica l’esperienza, decide di parlare degli effetti della pillola passo per passo attraverso Twitter. Sono in molti a sostenerla, mentre altri la criticano. Tra minacce di morte e accuse di assassinio, la pagina Twitter della giovane donna americana si riempie di parole che esprimono sentimenti contrastanti. D’altronde, è ciò che succede quando si sceglie di condividere qualcosa: la si espone a commenti, critiche, opinioni.
Qualcuno – addirittura – accusa Angie di essere rimasta incinta di proposito, per poi farsi della pubblicità attraverso Twitter condividendo l’aborto.
La Jackson ha dichiarato all’emittente americana ABC di essere abituata a condividere tutto con i suoi amici online e che – in un momento delicato come quello – sentiva di averne bisogno più che mai.
La donna – dichiaratamente atea – non si aspettava un’attenzione simile e critiche così feroci, tant’è vero che non ha neppure sentito il bisogno di specificare che la sua interruzione di gravidanza aveva ragioni più che motivate dal punto di vista medico: era praticamente questione di vita o di morte.
Ma – probabilmente – evidenziare l’aspetto medico della faccenda, sarebbe equivalso a condannare tutte le altre donne che, invece, decidono di interrompere la gravidanza anche senza alcuna motivazione dal punto di vista della salute.
È sintomatico che un mezzo teoricamente freddo come il computer, venga in realtà percepito come uno strumento attraverso cui ricevere il calore, l’affetto e la vicinanza di cui si ha bisogno: è l’effetto social media e – in questo caso – è l’effetto Twitter.









