Quella dei social network è diventata una questione personale. O meglio, di dati e informazioni personali. Miliardi di nomi, cognomi e indirizzi inseriti negli appositi moduli di inscrizione e altrettante storie di vita scritte sui blog e raccolte nei server di tutto il mondo. Il problema della diffusione delle identità personali si fa sempre più pressante di pari passo con l’aumento dei social network di ogni genere disseminati nella rete.
Da un lato s’impone l’eterno problema dell’advertising.
Internet raccoglie una mole sempre maggiore di investimenti pubblicitari. Rupert Murdoch, che ha acquisito MySpace nel 2005, sembra convinto di riuscire ad attirarvi in pochi anni lo stesso pubblico, in termini numerici, raccolto oggi dal network televisivo Fox. Ma la nuova frontiera della pubblicità on-line non guarda solo alla quantità. Se l’audience tv implica una dispersione del messaggio pubblicitario ad una massa di contatti “inutili”, internet si avvia verso un advertising mirato ad utenti accuratamente profilati, non solo dal punto di vista demografico. Hobby, gusti personali, opinioni e stile di vita: tutto un mondo privato messo a disposizione del business spaventa utenti e istituzioni. Il flop a cui è andato incontro Facebook con la piattaforma pubblicitaria Beacon è un esempio concreto dell’attenzione posta oggi dagli utenti nella salvaguardia dei propri dati e dell’intolleranza sentita verso la pubblicità quando diventa invasiva.
Ma l’aspetto legato all’advertising è poca cosa se paragonato al dibattito sulla sicurezza delle informazioni pubblicate dai minori.
Gli adolescenti sono tra i primi utilizzatori dei social network. Circa il 90% dei ragazzi che navigano su internet entrano a far parte di una community: pubblicano pensieri, fotografie, filmati, raccontano di amici e parenti. Tuttavia non si rendono conto, spesso, delle possibili conseguenze di quelle informazioni che lasciano tracce indelebili e utilizzabili da chiunque in qualsiasi momento. Repubblica.it ha inquadrato il fenomeno in un articolo di Paolo Pontoniere: negli Stati Uniti molti genitori hanno perso il lavoro o sono stati arrestati a causa di scottanti rivelazioni scritte su Internet dai loro figli; e sebbene il 65% dei giovani naviganti siano consapevoli di essere facilmente rintracciabili sul web, non sono molti quelli che bloccano l’accesso agli estranei. Neanche la consuetudine di creare personalità false e fittizie sembra capace di mettere al riparo un utente dalle ricerche di un investigatore esperto di sicurezza internet.
Come risolvere il problema?
Gli Stati Uniti sentono sempre più impellente l’esigenza di controllare l’attività on-line dei minori. Da un articolo di Susan B. Barnes (A privacy paradox: social networking in the Unites States) pubblicato su Firstmonday sembra che gli USA siano orientati verso la risoluzione del problema su tre diversi livelli, incrociando soluzioni sociali tecniche e legali. Gli esperti concordano sulla necessità di cominciare dalle famiglie: i genitori sono individuati come i primi responsabili del comportamento dei figli, anche nella loro “vita virtuale”. In seconda istanza sono proprio le compagnie che gestiscono alcuni dei più grandi social network del mondo a studiare soluzioni per proteggere al meglio i propri utenti. MySpace, inoltre, affronta il problema lanciando campagne per la sicurezza on-line dei più giovani.
Ma tutto questo sembra non bastare se il problema non viene affrontato dal punto di vista legale. La proposta di un Internet Bill of Right (ovvero una Carta dei Diritti che regoli internet), fatta durante l’Internet Governance Forum di Rio de Janeiro nel novembre scorso, risponderebbe a quest’esigenza, ma a patto che si tratti di una documento con validità globale che travalichi qualunque barriera nazionale. Regolare il più grande spazio pubblico che l’uomo abbia mai conosciuto attraverso leggi universali che diano a chi naviga su internet lo status di cittadino digitale: sembra questa la soluzione al problema della privacy.
Claudia Saputo
Redazione Ciaopeople
The Machine is Us/ing Us di Micheal Wesch, Kansas State University









