Global Voices è nato nel 2004 durante un convegno di blogger che ha avuto luogo al Berkman Center for Internet and Society della Harvard Law School, da un’idea di Ethan Zuckerman, co-fondatore di Tripod e Rebecca MacKinnon, ex inviata della Cnn in Cina.
“Dare voce a chi non ha voce”, questo è il motto del progetto di citizen journalism che porta avanti dal 2004 Global Voices. Basta lo slogan per capire quindi che l’impegno che il team di blogger e traduttori ha assunto nei confronti della società globale è davvero fondamentale, complesso e cercare di concretizzarlo ogni giorno rappresenta una continua sfida.
Global Voices è uno degli esperimenti di giornalismo partecipativo più interessanti del momento perché coinvolge le popolazioni emarginate, più deboli, le cui realtà sono poco raccontate ma che hanno bisogno di essere ascoltate, aiutate, sostenute e quindi guardate più da vicino.
Allo stesso tempo il progetto dà un ruolo importante al blog che, mentre in Italia resta ancorato all’idea di “diario privato” o di “lavoro creativo”, per altri paesi è diventato uno strumento importantissimo per la diffusione di notizie, per la capacità di fare luce su situazioni che altrimenti sarebbero ignorate.
Le realtà di paesi che vivono sotto censura, dove la libertà d’espressione è un lusso e dove il divario digitale è fortemente sentito, grazie a Global Voices e ai progetti a lui strettamente collegati, quali Advocacy e Rising Voices, possono emergere e farsi sentire.
Grazie al lavoro del team di traduttori volontari del progetto Lingua le notizie vengono tradotte in 15 lingue, tra cui ultimamente anche l’italiano.
Ciaopeople non poteva ignorare un progetto così fondamentale all’interno della società digitale e con questo articolo ha voluto dare il suo piccolo contributo alla sua promozione e divulgazione. In seguito alla presentazione ufficiale della versione italiana avvenuta durante il Global Voices Citizen Media Summit di Budapest, ho intervistato Eleonora Pantò, traduttrice dell’edizione italiana del progetto, coordinata da Bernardo Parrella, ripercorrendo con lei le tappe principali di Global Voices, dalla sua nascita, nel 2004, ad oggi con la realizzazione della localizzazione italiana.
Com’è nato il progetto Global Voices?
Global Voices è un’ iniziativa no-profit del Berkman Center for Internet and Society della Harvard Law School, realizzata nel 2004. L’idea del progetto, nato con l’intento di “dare voce a chi non ha voce”, è stata lanciata da Ethan Zuckerman, co-fondatore di Tripod, e Rebecca MacKinnon, ex inviata della Cnn in Cina.
Inizialmente il progetto prevedeva la traduzione degli articoli solo verso l’inglese. Poi grazie a Portnoy Zheng, attuale coordinatore del progetto Lingua, nel 2007 si è dato il via alle localizzazioni del progetto con il Cinese e con altre 14 lingue a cui si è aggiunto, di recente, l’italiano.
Quali sono le problematiche che Global Voices ha incontrato, e tuttora incontra, legate alle condizioni economico-culturali dei paesi a cui dà voce?
I problemi sono svariati e dipendono dalle condizioni economico-culturali e politiche dei paesi in questione. Sono problemi legati alla censura, alla libertà di parola, di espressione, al divario digitale, alla mancanza di dispositivi e di connessioni.
In che modo Global Voices cerca di affrontarle?
Global Voices affronta queste problematiche delicate con iniziative che intendono dare supporto alle popolazioni marginalizzate. Abbiamo realizzato infatti due progetti gemellati con GV, Advocacy e Rising Voices.
Il primo, Advocacy, per lottare contro la libertà di pensiero all’interno del quale cerchiamo di formare le persone che scrivono sui blog per permettere loro di continuare l’attività di citizen journalism, senza incorrere in problemi con le dure leggi dei loro paesi.
Un esempio è la formazione su come si può postare in anonimato, senza essere riconosciuti, una tematica fortemente sentita in paesi come la Cina dove la censura è molto pesante.
Il progetto Rising Voices è nato con l’intento di colmare il divario digitale, facendo acquisire competenze informatiche alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Dando loro la possibilità di ottenere una cittadinanza digitale, un elemento fondamentale per entrare a pieno titolo a far parte della conversazione globale.
All’interno di Rising Voices ci sono delle iniziative di formazione sui nuovi media e sui blog per le popolazioni marginalizzate, quali ad esempio HiperBarrio, attuato nella città colombiana Meddelin, un quartiere con un alto tasso di criminalità o Foko, realizzato in Madagascar, che con il Foko Blog Club, istruisce gli abitanti del posto su come utilizzare i citizen media per descrivere le loro realtà quotidiane e connettersi alla conversazione globale.
Qual è il rapporto tra Global Voices, in qualità di citizen journalism e i media tradizionali?
In realtà non credo ci sia contrapposizione tra i media e Global Voices, anche perché molti dei blogger sono giornalisti professionisti. Noi cerchiamo di dare voce a quelle notizie che sui media tradizionali non trovano spazio. Ciò a cui puntiamo è creare un codice deontologico del citizen journalism. I giornalisti ne hanno uno da seguire e anche per i citizen journalist è arrivato il momento di avere delle regole da rispettare. Una delle domande principali che ci interessa da vicino riguarda ad esempio il confine tra pubblico e privato che, il più delle volte, si tende a superare. Ciò si è verificato con il massacro di Akihabara, a Tokio dello scorso 8 giugno. L’opinione pubblica ha, infatti, considerato immorale lo scatto di foto da parte di persone che non erano fotoreporter della scena del massacro. Proprio in questi casi nasce l’ esigenza di avere delle regole per non superare determinati limiti.
Durante il GV Summit a Budapest è stato ufficializzato il lancio della versione italiana che si va ad aggiungere ad altre 14 lingue. Questa versione è nata con l’intento di tenere anche il nostro paese aggiornato su ciò che avviene nei paesi più deboli o ha anche lo scopo di far emergere le realtà locali dell’Italia?
L’edizione italiana è nata con l’intento di dare voce e diffondere le notizie su culture nascoste o ignorate di paesi con problemi di censura, legati alla libertà d’espressione, o con un forte divario digitale. In linea con il progetto Global Voices che non tratta l’attualità del Nord America e dell’Europa Occidentale perché sono notizie diffuse già ampiamente dai grandi media, inizialmente non si doveva parlare del nostro paese. Ultimamente però abbiamo fatto richiesta di notizie anche dell’Italia che per certi versi ha caratteristiche simili ad altre realtà di cui parliamo.
In base a quali criteri i traduttori scelgono gli articoli da tradurre?
Gli argomenti vanno da quelli di attualità alle questioni sociali a quelle ambientali. Le traduzioni degli articoli sono a discrezione del traduttore e quindi è possibile che lo stesso articolo non venga tradotto in tutte le 15 lingue. In questo stiamo cercando di darci una linea editoriale.
In Italia come viene considerato il citizen journalism?
Al Summit di Budapest ci ha parlato di questa tematica Alfredo Di Giovampaolo, giornalista professionista e blogger (alias SirDrake), il quale ha sottolineato che <<la sensibilità da parte del settore giornalistico nei confronti del citizen journalism è ancora molto bassa. Sono pochi i giornalisti che frequentano internet, che hanno un blog, che frequentano i social network. E soprattutto sono pochi quelli che si interrogano su come il web e i blog cambieranno la professione del giornalista.>>
Manca inoltre l’apertura all’internazionalizzazione: in Italia sono ancora pochissimi i blog che hanno una versione inglese.
Global Voices è un progetto fondamentale per la società globale perché fa luce su realtà il più delle volte nascoste o ignorate e perché rappresenta una tappa importante nell’evoluzione del modo di “fare informazione”. Un’evoluzione che dipende dal nuovo medium che è il web, ma anche dalla presa di coscienza da parte del mondo giornalistico che il mestiere del giornalista sta cambiando, è sempre più aperto all’internazionalizzazione ed è pronto a raccogliere il contributo dal basso.
Simona Fiore
Redazione Qbr Magazine









