E’ Nicoletta Orlandi Posti a dare il via all’era del e-feulletton.
A partire da oggi, diventando membro del gruppo “(A) come Amore” di Facebook, potremo leggere il suo romanzo, gratis.
La storia narra di un’anarchica, morta in circostanze misteriose, il cui unico lascito è un diario. Sarà la figlia a ricostruire la storia di sua madre e – collateralmente – la storia d’Italia: dalla morte di Pinelli al sequestro Moro.
Esistevano già delle forme di romanzo a puntate su internet, ma nessuno aveva ancora pensato di utilizzare un social network per pubblicare il frutto delle proprie fatiche letterarie senza – di fatto – avere nulla da guadagnarci, almeno in termini economici.
La Orlandi Posti – giornalista di Libero- annuncia di aver fatto questa scelta perché “la cultura dev’essere gratis e aperta a tutti”. Nobile e sacrosanto principio che sento di condividere.
Purtroppo però, anche i lavoratori dell’industria culturale hanno bisogno di mangiare. Al supermercato nessuno regala loro pane e pasta dietro la garanzia di aver scritto un libro, girato un film o aver composto un brano gratis. Sarebbe bello, ma non è così.
D’altronde, se la nostra scrittrice non lavorasse – pagata – come giornalista non sarebbe nelle condizioni di compiere uno splendido gesto come quello di regalare cultura.
Il problema, quindi, riguarda gli esordienti. Quelli che cercano di farsi strada e a cui viene chiesto – sempre più spesso – di lavorare gratis o, peggio ancora, di pagare.
Anche la salute e l’istruzione devono essere gratis e aperte a tutti,; ma perché certi servizi restino gratuiti occorre pagare le tasse allo Stato, il quale ha il compito di raccogliere i tributi e redistribuirli in tutte le strutture pubbliche.
Per tanto, non esiste il “gratuito” ma solo il “finanziato con i soldi di tutti”; questo consente anche a chi non possiede molto di godere di alcuni servizi essenziali.
Se anche la produzione di cultura dovesse rientrare nella cosa pubblica sarebbe di sicuro una gran cosa Fino ad allora, ringraziamo chiunque regali cultura, ma sentiamoci anche in dovere di pagare tutti gli artisti e gli intellettuali che non possono permettersi di donare.









